Ecco il nostro libro: in libreria la terza ristampa
Lei, Arethusa! Noi, L’ Albero Azzurro! Dall’esperienza editoriale di Mela Zagarella, dalla voglia di sperimentare nuove strade di Angela Mondo, dall’estro artistico di Arianna Leone e Micaela Maffucci, dalla passione per la storia di Sandra Audino, nasce “SIRACUSA – A children’s historical guide to colour”, una guida (in italiano, inglese e spagnolo) da colorare rivolta a tutti i bambini della città, ai piccoli turisti in vacanza, a chiunque voglia scoprire la nostra bella Siracusa con occhi diversi, a soli 4,90 € Il libro è in vendita presso le nostre sedi e nei siti di principale interesse storico: il bookshop del Parco Archelogico Neapolis, delle Catacombe di San Giovanni, del Tecnoparco Archimede, del Museo e Teatro dei Pupi. E poi tante tante librerie nella nostra città e in provincia (Noto) e negozi d’interesse turistico in Ortigia.
Il progetto, a cura dello staff tutto al femminile dell’Albero Azzurro, si propone di scoprire i luoghi simbolo della città, luogo d’arte e di bellezza, che è stata la fonte d’ispirazione del motto “Educhiamo al bello!”
Ogni luogo è stato descritto da frasi particolari, accattivanti, semplici e in rima; frasi incisive che raccontano il monumento e ne descrivono la peculiarità. Le descrizioni accompagnano il disegno da colorare, da rifinire, da perfezionare o ricalcare a seconda del caso: un progetto a 360° quindi, che tramite il disegno (un elemento caro e familiare al bambino) porta il bambino alla lettura (in 3 lingue) e alla coloritura, facendo proprio il monumento che osserva.
La “guida a colori” nasce per celebrare i 2750 anni di storia della città di Siracusa, luogo affascinante e suggestivo che Cicerone definì “la più bella città della Magna Grecia”, che porta intatti i segni della sua storia di capitale culturale a partire dall’età greca sino al periodo rinascimentale e barocco. Fondata nel 734 a.C. da coloni di Corinto e Patrimonio Unesco dal 2005, la città sorge nella cornice di un suggestivo porto naturale, chiuso a levante dall’isola di Ortigia e alle spalle dall’altopiano dell’Epipoli. La città conserva in ogni angolo le testimonianze del suo passato. stile greco, romano e barocco si fondono in uno scenario irresistibile che racconta millenni di storia. Partendo dal nucleo antico,sito sull’isola di Ortigia, si delinea un itinerario che comprende 11 luoghi simbolo della città.
Il primo monumento rappresenta uno dei luoghi più cari ai siracusani ed è il simbolo della città, che è conosciuta anche con l’epiteto “Aretusea”.
Il mito più famoso di Siracusa è proprio quello della ninfa Aretusa. La ninfa, al seguito di Artemide, correndo libera tra i boschi del Peloponneso, fu vista dal giovane Alfeo che si innamorò perdutamente di lei, ma Aretusa non ricambiava il suo sentimento, anzi rifuggiva da lui, finché stanca delle sue insistenze chiese aiuto ad Artemide: la Dea la avvolse in una spessa nube sciogliendo la giovane in una fonte sul lido di Ortigia. Alfeo, allora, chiese aiuto a Zeus, il quale lo trasformò in un fiume che, nascendo in Grecia e percorrendo tutto il Mar Ionio, riuscì ad unirsi all’amata fonte.
Ancora oggi il mito rivive nell’isola di Ortigia, grazie alla Fonte Aretusa, uno specchio d’acqua che sfocia nel Porto Grande di Siracusa. La leggenda di Alfeo trae origine dal fiume omonimo del Peloponneso, in Grecia, e da una fonte di acqua dolce che sgorga nel Porto Grande a poca distanza dalla Fonte: oggi il viale che costeggia la Fonte Aretusa si chiama proprio Lungomare Alfeo.
Nello specchio d’acqua della Fonte Aretusa e lungo le rive del fiume Ciane sono presenti gli unici papireti selvatici di tutta l’Europa: il papiro cresce spontaneo solo in Egitto.
Non a caso, il personaggio che accompagnerà il lettore lungo tutto il percorso è Arethusa, una simpatica e spiritosa ninfa che vestirà i panni di guida turistica.
Ma eccoci al secondo luogo, sito nel cuore di Ortigia: il Duomo e la sua piazza.
Questo sito era destinato, fin dall’antichità, ad ospitare un luogo di culto. Ad un tempio, eretto nel VI secolo a. C., si sostituì il Tempio di Atena, innalzato in onore della dea dal tiranno Gelone, dopo la grande vittoria di Imera (480 a.C.) contro i Cartaginesi. Nel VII secolo, all’epoca del vescovo Zosimo, il tempio di Atena fu inglobato in un edificio cristiano, dedicato alla Natività di Maria: in particolare, furono innalzati muri a chiudere lo spazio tra le colonne del peristilio e aperte otto arcate nella cella centrale, per permettere il passaggio alle due navate laterali così ottenute. Le imponenti colonne doriche sono ancora oggi visibili sul lato sinistro, sia all’esterno sia all’interno dell’edificio. Forse trasformata in moschea durante la dominazione araba, la chiesa fu rimaneggiata in epoca normanna. Il terremoto del 1693 causò vari danni, tra cui il crollo della facciata: la facciata attuale, capolavoro dell’architetto palermitano Andrea Palma, è una delle migliori testimonianze barocche di Siracusa.
Secondo la tradizione, Siracusa divenne la prima città d’Occidente in cui fu fondata una comunità cristiana; è infatti possibile vedere all’interno del Duomo la scritta che recita in latino:“Ecclesia Syracusana Prima Divi Petri Filia Et Prima Post Antiochenam Christo Dicata”, che in lingua italiana significa: “La chiesa di Siracusa è la prima figlia di San Pietro e seconda dopo la chiesa di Antiochia dedicata a Cristo”.
L’ovale di Piazza Duomo ospita palazzi di notevole interesse storico, come Palazzo Vermexio, sede del comune di Siracusa, il Palazzo Arcivescovile, sede della Curia di Siracusa, il Palazzo della Sovrintendenza, che ospita la Sovrintendenza dei Beni Culturali di Siracusa ed è sede del Gabinetto Numismatico, Palazzo Beneventano del Bosco e la chiesa di Santa Lucia alla Badia, dov’è custodito il celebre dipinto di Caravaggio “Il seppellimento di Santa Lucia”.
Ed è proprio in questa chiesa che ci spostiamo, per ammirare la prima opera siciliana del Caravaggio.
Il “Seppellimento di Santa Lucia” è un dipinto olio su tela (408×300 cm), conservato nella chiesa di S. Lucia alla Badia e realizzato successivamente all’ottobre del 1608, dopo la rocambolesca evasione di Caravaggio dal carcere di Malta, dove era rinchiuso, e l’arrivo a Siracusa dove forse, grazie all’amico pittore messinese Mario Minniti, conosciuto a Roma nella bottega del pittore siciliano Lorenzo Carli, ottenne di poter lavorare come pittore per il Senato siracusano.
La scena del dipinto sembra ambientata all’ingresso delle latomie o, più verosimilmente, negli ambienti sotterranei e bui delle catacombe sottostanti la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, per la quale il dipinto fu eseguito, e nelle quali si trova il sepolcro della martire. Due enormi becchini in primo piano stanno cominciando a scavare la fossa, mentre, rimpiccioliti e quasi stampati sullo sfondo rotto solo da un arco cieco (facilmente interpretabile come richiamo all’arcosolio dentro cui si trova la tomba della santa), stanno gli astanti al funerale, con il vescovo che dà l’estrema unzione alla Santa decapitata.
La Santa presenta una ferita da taglio sul collo, ma se si osserva da vicino la trama della pittura, in un primo momento la testa appariva staccata. La drammaticità della scena è conferita, oltre che dalla riduzione delle dimensioni dei personaggi, dalla luce: non più orientata ed uniforme come nelle opere del periodo romano, ma più drammatica, del colore del sangue ed assumente tragici guizzi che quasi cancellano le figure; la parete di fondo solcata dall’arco cieco, poi, rende il tutto ancora più opprimente.
Sembra quasi che il pittore non voglia far sovvenire in chi guarda il martirio glorioso, ma solo la cupa realtà di un funerale, di cui i becchini sono i veri protagonisti.
Il motivo, poi, per cui Caravaggio scelga questo tema è semplice: su di lui pesava il bando capitale ed era in continua fuga per sfuggirne, ma l’incubo di finire giustiziato faceva sì che egli dipingesse, ossessivamente, scene di decapitazione.
Caravaggio era solito usare i propri tratti somatici per realizzare il personaggio che ritraeva o uno di essi. Nel quadro scorgiamo un personaggio che guarda verso la luce con la fronte accigliata e che sporge tra la folla sostenendosi a un lungo bastone: si tratta di una tipologia convenzionale di autoritratto del Merisi.
Proseguendo la passeggiata giungiamo presso il “Foro Italico”, uno dei posti più celebri di Siracusa, chiamato così poichè venne realizzato per celebrare l’Unità d’Italia sul tracciato delle poderose mura borboniche che in passato difendevano l’isola di Ortigia e che, per l’occasione, vennero abbattute facendo largo a questo grande viale alberato, considerato come la vera e propria direttrice del “passeggio” turistico e non in Ortigia, nonchè come importante punto di incontro per i siracusani, che lo hanno ribattezzato in “la Marina”.
Il Foro Italico di Ortigia, la principale via di passeggio della città, ma anche uno dei punti di ritrovo più frequentati del centro storico siracusano, sorge presso la banchina meridionale del “Porto Grande” di Siracusa ed è caratterizzato da un lungo vialetto coperto da un filare di alberi sempreverdi (Ficus) antistante al soprastante Passeggio Adorno. Qui vi sono vari locali di ritrovo (chioschi, bar, paninerie, gelaterie) e attrazioni per i bimbi (giostre) permanenti. Questa lunga strada del centro storico, vero e proprio “cuore” del quartiere della Marina, è frequentata sia in estate, che in inverno (specialmente durante il periodo natalizio): da qui possiamo ammirare uno splendido panorama sulla costa a sud di Siracusa, occupata dalla cosiddetta “Penisola della Maddalena”.
Alla fine del Foro Italico vi è la cosiddetta “Fontana degli Schiavi”, piccolo abbeveratoio del XVI secolo (che forse veniva utilizzato dagli schiavi dei padroni del tempo per bere e lavarsi da qui deriverebbe il suo attuale nome) riportante antichi stemmi araldici appartenenti a famiglie nobili siracusane. Accanto ad essa vi è la riproduzione dello stemma borbonico di Siracusa che anticamente era posto sulla Porta di Ligny (antica porta di ingresso di Ortigia, demolita dopo l’Unità d’Italia), ora esposto al Museo Bellomo di Siracusa. Questa fontana filtra acqua di mare e non è raro trovarvi all’interno dei pesci marini, anche di grosse dimensioni.
Sulla punta estrema dell’isola di Ortigia sorge il Castello Maniace, prossima tappa del percorso, un notevole esempio di architettura militare realizzato. in pietra arenaria, da Federico II di Svevia fra il 1232 e il 1240, per scopi difensivi, ma forse anche con funzioni di rappresentanza. Il nome della struttura ricorda il generale bizantino Giorgio Maniace che nel 1038 liberò, per breve tempo, l’isola dagli Arabi e si premurò di fortificarla: sull’area del Castello, Maniace costruì un fortilizio, forse una torre, che fu completamente inglobato nella costruzione sveva. Il Castello è di forma quadrata, con lati di 51 metri e quattro torri circolari. Il portale, alto poco più di 8 metri e largo 5,33, presenta alcuni fasci di colonnine su basi multiple, che sorreggono piccoli capitelli a calice. L’interno è rappresentato dalla sala cosiddetta “ipostila”, con sedici colonne che sostengono venticinque volte a crociera. L’edificio si poteva raggiungere solo attraversando un ponte levatoio, che lo isolava dalla terraferma, rendendolo praticamente inattaccabile.
Insieme al Castello di Catania e a quello di Augusta, il Castello Maniace rappresentava una barriera di controllo di tutta la costa Ionica. La guerra fra gli Angioini e gli Aragonesi per il dominio del Regno vede il castello a difesa della città; poi, per quasi tutto il Quattrocento, fu adibito a carcere. Durante l’epoca spagnola il Castello sarà la sede della Camera Reginale. Nel 1448, dopo un banchetto, il capitano Giovanni Ventimiglia fece uccidere tutti i convitati accusati di tradimento: per questo gesto ottenne in dono dal re Alfonso due arieti bronzei che ornavano il prospetto del Castello. Alla fine del Cinquecento, l’edificio diventa un punto nodale della cinta muraria della città, mentre altri lavori di fortificazione furono realizzati nella metà del Seicento. Nel 1704 l’esplosione della polveriera sconvolse l’edificio; negli anni successivi fu avviata la ricostruzione, che lasciò intatte le parti rovinate dall’esplosione, mentre si crearono tamponature per la realizzazione di magazzini. In età napoleonica, il Castello risorse con funzioni militari e fu munito di pezzi d’artiglieria. Nel 1838, durante il periodo dei moti rivoluzionari, i borbonici di Ferdinando vi innalzarono una casamatta. Dopo l’unificazione, il castello fu consegnato al Regno di Savoia e utilizzato, fino alla seconda guerra mondiale, come deposito militare.
Il teatro dei pupi nato in via della Giudecca, a pochi passi da piazza del Duomo, è un altro prezioso tassello del mosaico urbano aretuseo, un altro luogo dell’arte e della cultura che arricchisce la città e invita il visitatore attento a conoscere uno dei tanti aspetti culturali che l’isola di Ortigia offre. Negli anni ha saputo ritagliarsi un suo spazio, divenendo luogo di incontro e di scambi culturali. La cittadinanza e gli ospiti in visita nella nostra città avranno la possibilità di scoprire nel labirinto ortigiano il piccolo teatro che ancora oggi fa rivivere i fasti di una forma teatrale antica e allo stesso tempo contemporanea: “l’Opra dei Pupi”. Restaurato secondo la tradizione, il piccolo teatro si presenta agli occhi dei visitatori grazioso e confortevole; le comode panche dotate di cuscini e i drappi rossi delle quinte della sala evocano tempi lontani, di quando i teatri erano affollati di gente pronta ad acclamare i paladini. Da diversi anni il teatro organizza una stagione teatrale di spettacoli tradizionali oltre a spettacoli fuori programma per operatori turistici e singoli gruppi. Oggi come allora i pupi attendono i loro spettatori dietro le quinte, armati di spade e corazze lucenti per meravigliare gli occhi degli astanti.
L’Opera dei Pupi è un tipo di teatro delle marionette, i cui protagonisti sono Carlo Magno e i suoi paladini. Le gesta di questi personaggi sono trattate attraverso la rielaborazione del materiale contenuto nei romanzi e nei poemi del ciclo carolingio, della Storia dei Paladini di Francia e dell’Orlando Furioso. Le marionette sono appunto dette pupi e l’opera è tipica della tradizione siciliana. L’Opera dei Pupi si affermò nell’Italia meridionale tra il XIX e il XX secolo: nel 2008 l’Unesco ha iscritto l’Opera dei Pupi tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell’Umanità, dopo averla originariamente proclamata nel 2001: è stato il primo Patrimonio italiano ad esser inserito in tale lista.
Riccamente decorati e cesellati, con una struttura in legno, i pupi avevano delle vere e proprie corazze e variavano nei movimenti a seconda della scuola di appartenenza in palermitani o catanesi. La differenza più evidente stava nelle articolazioni: leggeri e snodabili i primi , più pesanti e con gli arti fissi i secondi. Il puparo curava lo spettacolo, le sceneggiature, i pupi, e con un timbro di voce particolare riusciva a dare suggestioni, ardore e pathos alle scene epiche rappresentate: ogni pupo rappresentava tipicamente un preciso paladino, caratterizzato per la corazza ed il mantello. Le armature ed i costumi dell’opera dei pupi, però, erano anacronistici.
Diverse generazioni di pupari si sono alternate in questi anni di operosità nel campo “dell’Opra dei Pupi”. Dagli albori della tradizione siracusana con la famiglia Puzzo, siamo giunti ai fratelli Vaccaro per poi aprire nuovi orizzonti con l’avvento dei fratelli Mauceri, eredi dei Vaccaro. La famiglia è il fulcro fondante di ogni tradizione dell’opera dei pupi, dove tutto ruota attorno a queste marionette armate: riti antichi incorniciavano i gesti e le manovre dei pupari, sempre attorniati dalla loro mogli e dai loro figli. Il teatro è il luogo ove la famiglia si riunisce, non solo per le rappresentazioni, ma anche per tutte le altre attività familiari.
Giungiamo finalmente presso il trionfo dei sapori e della gastronomia siciliana: siamo nello storico Mercato di Ortigia, che si svolge tutti i giorni, tranne la domenica.
Il Mercato di Ortigia rappresenta l’incontro scontro tra diverse culture ha portato un influsso non indifferente della civiltà araba su quella sicula: anche Siracusa, pur se con le sue primordiali radici greche e le successive dominazioni, ha subito usi e costumi tipici della tradizione musulmana fatta propria dalla Sicilia. La terra di Archimede rimase l’ultimo baluardo bizantino dell’isola cadendo sotto l’assedio arabo nell’ 878. Come segnale di monito all’impero bizantino gli arabi iniziarono a propinare in ogni città dell’isola tutte le proprie abitudini culturali. Dal mondo dell’Islam prende corpo il modello mercatale tipico dei bazar d’Oriente, sistema commerciale che di conseguenza si sviluppò anche a Siracusa. Le diverse tipologie di merci si distribuivano all’interno di strutture seguendo quasi delle logiche circoncentriche. Ogni cerchio rappresentava una corporazione. Predominavano le attività commerciali di tipo alimentare contigue l’una all’altra; un clima per così dire di grande concorrenza volto ad agevolare il cliente nella comparazione qualitativa e dei prezzi. Ecco che il mercato di Ortigia a Siracusa rappresenta un dato di continuità musulmana, ormai da lustri vera realtà economica cittadina.
L’afflusso non e’ più quello di una volta, data la presenza di altri mercatini rionali e centri commerciali; tantissimi sono però i turisti e i siracusani che vengono qui a fare la spesa provenendo da altre zone della città. La scelta è vasta. Le bancarelle variopinte di frutta fresca, ortaggi e verdure di stagione la fanno da padrone in fatto di colori. Ma i banchi del pesce e dei crostacei rappresentano un’unicità tipicamente siciliana che pochi possono esibire al mondo: è possibile trovare tutte le varietà ittiche del Mediterraneo. Le botteghe di formaggi siciliani e salumi piccanti costituiscono il top: è il trionfo dello street-food, con sapori nostrani che non vogliamo anticiparvi. In altre bancarelle sono poi esposti sacchi pieni di legumi d’ogni genere, ceste con diversi tipi di olive, le caratteristiche trecce di peperoncino, per non parlare poi delle rivendite di baccalà, stoccafisso, pesce spada affumicato, bottarga e conserve varie di tonno.
Un tocco di folclore lo si deve ai venditori che enfatizzano la proposta al pubblico della propria merce ad alta voce con la tipica “vanniata”: un grido caratteristico fatto di termini ed espressioni dialettali. Infinite sono, per concludere, le bancarelle adibite alla vendita di frutta e verdura locale.
Questa caratteristica atmosfera dura da decenni. Inizialmente il mercato si sviluppò solo all’interno del preesistente edificio dell’Antico Mercato costruito alla fine dell’ottocento all’interno del quale erano ubicate macellerie e pescherie. Questa struttura è diventata poi un contenitore culturale a disposizione di associazioni che desiderano fare attività promozionale del territorio.
Fuori dal centro storico di Ortigia giungiamo al Parco Archeologico: il parco, situato nella circoscrizione della Neapolis e corrispondente ad una piccola parte dell’antico quartiere di Siracusa in età greca, Neapolis (dal greco “Νεά πολις” “Città Nuova“), racchiude la maggior parte dei monumenti siracusani sopravvissuti. Tale parco, oltre ai resti archeologici, ha protetto i numerosi alberi e dunque la delicata flora della zona che insieme alle architetture compongono l’area verde urbana più vasta di Siracusa.
Il clima nella zona del parco può definirsi piuttosto complesso: la folta vegetazione infatti lo rende umido soprattutto nei punti più profondi, mentre varia per divenire caldo e arido nei luoghi soleggiati più elevati. I fattori che influenzano questo tipo di clima sono i venti salini provenienti dal mare (il parco si trova a poca distanza dal mare) e la scarsa piovosità della zona.
La vegetazione del parco è molto variegata. Negli ultimi tempi i forestali che si occupano della sistemazione del parco hanno censito oltre 250 specie di piante. Tra gli alberi più diffusi si hanno le essenze sempreverdi come gli ulivi, i cipressi mediterranei, i pini mediterranei, la palma da datteri, i ficus e diverse altre specie botaniche. Sono diffusi anche gli alberi di agrumi (aranci e limoni soprattutto). Diffuso è anche l’albero del carrubo che si adatta ai climi più caldi del Mediterraneo e presente è anche il melograno, altro frutto caratteristico del parco. La macchia mediterranea costituisce la flora del parco.
La latomia di Santa Venera è quella posta più a oriente di tutto il parco. Nota per il suo giardino subtropicale coltivato fin dall’epoca settecentesca ospita l’enorme “Ficus delle Pagode“, un esemplare plurisecolare di ficus macrophylla. Viene detto delle Pagode poiché il suo significato è religioso (la pagoda è un edificio religioso orientale); generalmente questi alberi non raggiungono altezze elevate se piantati fuori dalle loro terre d’origine, ma il ficus siracusano fa un’eccezione poiché l’aver raggiunto un’altezza notevole dimostra di avere trovato un clima adatto nelle latomie aretusee. Gli abitanti della città lo conoscono meglio col nome di “Albero secolare“, visibile anche dall’esterno del parco: le sue fronde incorniciano la statua di Prometeo posta lungo il viale che costeggia il Parco.
La meraviglia aumenta quando ci si sposta all’interno del Parco Archeologico, dove si trovano i resti del Teatro Greco, dell’Anfiteatro Romano, della grande Ara di Ierone (il più grande altare di età greca che sia giunto fino a noi) e la grotta dei Cordari, la più famosa fra le latomie.
Il Teatro Greco di Siracusa si trova sulle pendici del monte Temenite e rappresenta il più importante esempio di architettura teatrale dell’occidente greco. Quasi interamente scavato nella roccia, il Teatro era usato per le rappresentazioni, ma anche per le assemblee popolari. In epoca imperiale romana, la struttura fu adattata per accogliere i giochi circensi e le naumachie, poi cadde in abbandono per secoli. Nel Cinquecento, fu depredato dagli Spagnoli di Carlo V e le sue pietre utilizzate per erigere le fortificazioni di Ortigia. Gli scavi, iniziati alla fine del Settecento e protrattisi per tutto il secolo successivo, sono stati completati solo alla metà del Novecento. Le origini del monumento sono incerte, ma è generalmente accettato che la forma attuale risalirebbe all’opera di ristrutturazione degli anni 238-215 a. C. sotto il regno di Ierone II. Il teatro si compone di tre parti: cavea, orchestra e scena. La cavea è semicircolare, con un diametro di 138 metri. I sessantasette ordini di gradini sono divisi in nove cunei (settori) da otto scalette di servizio. La cavea è poi attraversata da un corridoio, il diazoma, in cui erano incisi i nomi delle divinità o dei regnanti cui era dedicato il cuneo. L’orchestra è lo spazio semicircolare ai piedi della cavea, dove danzavano i cori. La scena è la vasta spianata dove sorgeva l’edificio scenico, delimitata ai lati da due imponenti piloni. La parte superiore del teatro era cinta da un ampio portico coperto. La parete rocciosa sovrastante è costellata d’incavi quadrangolari destinati ad accogliere i quadretti con immagini votive delle divinità o degli eroi: le edicole. Al centro della roccia si apre un’ampia grotta dalla quale scaturisce acqua proveniente dall’acquedotto greco: in questa grotta-ninfeo è possibile riconoscere il Mouseion, o “Santuario delle Muse” ossia la sede della corporazione degli artisti.
Il Teatro Greco di Siracusa è uno dei più belli di tutti quelli che l’antica cultura ellenica, e non solo, ci ha lasciato. Un teatro che mostra fiero il tempo che è passato, mostra i segni delle diverse dominazioni, testimonia i diversi modi di vivere e di interpretare gli spazi ma soprattutto è lì a testimonianza dell’amore per il bello e per l’arte che hanno caratterizzato le due culture più importanti del mondo.
Nulla è più affascinante che rivivere il dramma antico nel suo habitat naturale: assistere alle tragedie, ma anche alle commedie dei grandi maestri, padri della letteratura, è, di per se edificante ma, nello scenario dell’antico teatro, diventa quasi magia.
Chi ama la natura, deve recarsi a breve distanza da Siracusa, in questa piccola area, posta all’estremità più meridionale d’Italia, diventata un paradiso per chi ama l’ambiente, dove esistono ben quattro zone protette: il vallone dell’Anapo, la Cava Grande del Cassibile, i Pantani di Vendicari e il fiume Ciane con le Saline di Siracusa. Ed eccoci giunti alla decima tappa dell’itinerario.
La fonte Ciane è una fonte della provincia di Siracusa: si trova all’interno della Riserva Naturale Regionale Orientata Fiume Ciane e Saline di Siracusa. Essa ha una forma circolare, le sue dimensioni sono orientativamente di 16 metri di larghezza, 33 metri di lunghezza, 7 metri di profondità. Da essa sgorgano le acque dalle quali prende corpo il fiume Ciane, che deve il suo nome al colore delle acque (cyanos-azzurro). Tuttavia la fonte non va considerata tale, dato che il fiume in realtà nasce molto più a monte dalle sorgenti Pisma e Pismotta; l fiume infatti percorre diversi chilometri nel sottosuolo e poi riemerge in questo punto.
Sia attorno alla fonte che lungo le sue sponde si trovano esemplari di papiro (Cyperus Papyrus) alti diversi metri, che prospera rigoglioso in tutta la sua efflorescenza quasi tropicale. La zona essendo parecchio suggestiva è una delle mete turistiche più famose di Siracusa
Nella riserva si possono svolgere diverse attività: attraversarla a piedi o in bici, infatti all’interno della riserva è presente un sentiero ciclopedonale ad anello di circa 12 km, oppure attraversando i canali con canoa o in barca.
Anche sulla Fonte si tramanda un mito. Narra Ovidio, che Ciane fosse una ninfa: avendo osato opporsi al rapimento della figlia di Proserpina, fu trasformata in fonte. Per i mortali il vivido colore che scaturiva da quella sorgente diventò il termine per identificare l’azzurro, ovvero il ‘cyano’ delle moderne pellicole litografiche.
L’ultima, non per importanza, figura che troviamo all’interno della guida è quella di Santa Lucia: il simbolo religioso che accomuna tutti i Siracusani devoti cristiani.
Il simulacro di S. Lucia fu realizzato nel 1590-1600 da Pietro Rizzo, argentiere palermitano della bottega di Nibilio Gagini: per realizzarla furono utilizzate 190 libbre d’argento (oltre 80 kg) e costò circa 5000 scudi. La Santa è raffigurata in posizione eretta, con il braccio destro proteso in avanti e reggente un piatto con gli occhi, mentre la sinistra impugna una palma (simbolo del martirio): “… la Santa (è) in movimento come nell’atto di incedere, serena e forte, verso il Martirio;”. La statua poggia su una cassa, anch’essa in argento, realizzata nei primi decenni del 1600: l’artistica composizione giunge a Siracusa nel 1620 dove fu solennemente benedetta ed esposta ai fedeli. Nel petto del simulacro è incastonata una teca che racchiude delle reliquie di S. Lucia, che il gesuita P. Bartolomeo Petracci donò al Senato di Siracusa nel 1605. Il simulacro viene portato in processione due volte l’anno: il 13 dicembre dalla Cattedrale alla chiesa di S. Lucia extra moenia ove la Vergine subì il martirio (il 20 dicembre ricorre l’Ottava della festa, in cui il simulacro viene riportato all’interno della Cattedrale, ove è custodito in una teca chiusa), e la prima domenica di Maggio (Santa Lucia delle Quaglie) in memoria dell’evento miracoloso del 13 maggio 1646 quando a Siracusa divampò la carestia “interrotta” dall’arrivo nel porto aretuseo di navi cariche di grano oltre che di altro cibo; la leggenda narra inoltre che a comunicare il miracolo fu una quaglia entrata all’interno del duomo per comunicare alla popolazione l’avvenimento del miracolo, ecco spiegato perché le quaglie sono il simbolo di tali festeggiamenti. Non avendo però più quaglie, la deputazione ha scelto di lanciare le colombe e piccioni.
Quella del 13 Dicembre è una festa molto sentita e partecipata, che convoglia in città una enorme quantità di fedeli provenienti da tutta la provincia e non solo. Non mancano nemmeno le varie delegazioni di emigrati siracusani provenienti da diverse parti del mondo (Argentina e Stati Uniti su tutte) che tornano nella città natale o di origine appositamente per assistere alla festa della loro concittadina più illustre.
Ecco che si conclude la nostra visita a Siracusa, con l’augurio che questa guida non sia una goccia nel mare, ma possa essere l’inizio di una consapevolezza delle bellezze che offre la città e delle capacità che tutti possiamo mettere in atto per far sì che Siracusa sia conosciuta positivamente in tutto il mondo.
Sandra Audino